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Padre Aristide nel ricordo del suo “erede”: «Missionario delle relazioni»

Sono arrivato a Marituba nel febbraio del 1991 insieme alla prima comunità religiosa dei Poveri Servi della Divina Provvidenza. Era stato don Aristide a volere la nostra presenza perché aveva bisogno di una Congregazione che portasse avanti le attività sociali, educative, sanitarie e pastorali fondate da lui e da Marcello Candia.

Prima di in Italia, don Aristide rimase con noi sei mesi per farci conoscere la missione e in quel periodo io ebbi modo di conoscerlo bene e lavorare al suo fianco. Anche dopo restammo sempre in contatto perché tornava a Marituba tutti gli anni e rimaneva almeno un mese con noi; inoltre ci sentivamo periodicamente per confrontarci sull’andamento dei progetti.

Lavorare con lui fu per me un’esperienza fantastica, perché era una persona che viveva profondamente il Vangelo in ogni momento e in ogni circostanza. Amava intensamente la gente di Marituba e in particolare i più poveri. In quel periodo la situazione in città era molto complessa. Da alcuni anni l’antico lebbrosario era stato aperto in seguito alla scoperta di una cura per la malattia. In poco tempo iniziò ad arrivare tantissima gente da altre regioni. Occupavano la terra e costruivano le loro baracche, senza regole e senza la presenza delle autorità. Era don Aristide che aiutava i nuovi arrivati a organizzare il territorio, progettando insieme a loro le strade, le scuole, la chiesa, i servizi. Così anche noi Poveri Servi abbiamo imparato da lui a lavorare in mezzo alla gente per rispondere ai bisogni più urgenti e per dare un futuro a quella comunità che non aveva nulla.

Don Aristide aveva un’energia incredibile. Non si fermava mai, era un grande tessitore di relazioni. Aveva una straordinaria facilità nei rapporti e dava la stessa importanza a tutti quelli che si recavano da lui, indipendentemente dalla loro classe sociale. Parlava con il Governatore che veniva a chiedere consiglio e poco dopo ascoltava con la stessa attenzione l’hanseniano che aveva bisogno di una nuova protesi.

Un’altra cosa che mi impressionava è che nessuno usciva dal suo ufficio senza ricevere una nuova spinta, una nuova motivazione. Per difficile che fosse la situazione, tutti uscivano da là con la speranza che egli sapeva trasmettere. Anch’io ricordo tante serate e nottate trascorse a parlare con lui di idee e progetti. Il nostro rapporto fu da subito molto buono, eravamo in sintonia.

Quando siamo arrivati là, don Aristide aveva due obiettivi fondamentali: l’ospedale e la scuola professionale. Per l’ospedale aveva già un progetto e anche un luogo dove realizzarlo, bisognava solo partire con i lavori. Io però non ero convinto che fosse il luogo adatto, perché era uno spazio troppo piccolo e non avrebbe permesso uno sviluppo futuro. Allora don Aristide cominciò subito a darsi da fare per trovare un nuovo terreno. Alla fine, passammo davanti a un appezzamento vicino alla sede della missione, dove si svolgeva un’attività agricola. Pensammo che quel luogo andava bene, così don Aristide lanciò una medaglietta. Qualche tempo dopo il Governatore ci diede il terreno e così iniziò la costruzione dell’Ospedale Divina Provvidenza.

Mentre i lavori procedevano io tenevo aggiornato don Aristide. Lui nel frattempo dall’Italia si dava da fare per raccogliere le risorse e coinvolgere persone: quando veniva in visita a Marituba voleva capire quali erano i problemi e iniziava a tessere le sue relazioni per risolverli. Furono anni meravigliosi. Quando venne per l’ultima volta, nel 1996, i lavori erano quasi finiti e così poté celebrare la prima Messa nell’Ospedale. Alla fine mi disse che era molto contento perché eravamo riusciti a realizzare quello che lui sognava per la gente di Marituba. Non tornò più, perché morì pochi mesi dopo.

Per l’altro sogno, quello della scuola professionale, ci volle più tempo. Quando infine venne inaugurata, nel 2011, fu naturale la scelta di intitolarla a lui con il nome di Centro de Educação Profissional Dom Aristide Pirovano.

Avrei molti aneddoti da raccontare su don Aristide. Una delle sue doti più belle era che sapeva cogliere il lato ironico della vita. Gli piaceva scherzare e manteneva una serenità di fondo pur nelle difficoltà. Ricordo una volta che il Governo del Parà gli aveva attribuito un’onorificenza. Per la consegna si recò a Belém e partecipò a una seduta del Parlamento locale. Quando fu il suo turno di parlare, disse che ringraziava di cuore chi gli aveva dato il premio, ma sarebbe stato più contento se invece di un premio gli avessero dato un assegno per i poveri. Tutti si misero a ridere…

Don Aristide coltivava con passione l’amicizia. Uno dei suoi amici più grandi era Adalucio Calado, il leader della comunità degli hanseniani. Ogni mattina presso la Casa de Oração, che è tuttora la sede della missione, si consumava il rituale del caffè tra loro due. Alle 9.30-10 don Aristide interrompeva qualsiasi cosa stesse facendo e andava da Adalucio, preparava il caffè per lui e i due stavano lì a fare grandi chiacchierate.

I suoi piedi erano piantati saldamente nella comunità di Marituba, dove tutti lo conoscevano e gli volevano bene. Ma don Aristide mantenne sempre anche un legame molto forte con la sua comunità di origine, Erba. Per tutto il tempo che lavorammo insieme, ricordo che pensava ai suoi concittadini e al modo di coinvolgere le persone nella sua missione.

In definitiva di don Aristide posso dire che è stato un grande leader carismatico e spirituale, un uomo di fede, un vero esempio di pastore. Io lo definirei come un grande imprenditore del sociale che aveva un amore immenso per i poveri e i malati.

di fratel Gedovar NAZZARI



 

22-11-2025

 

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