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Istantanee da Marituba, terra di contrasti

Compiere il proprio viaggio di nozze in un contesto missionario e realizzare così un sogno. È quanto hanno fatto Leonardo Bussola, insegnante di musica all’Istituto San Vincenzo di Erba e Albese, e Irene Riva, laureanda in lettere classiche, di Briosco, sposatisi il 4 giugno, che tra luglio e agosto hanno vissuto per un mese a Marituba, sede dell’ultima missione di monsignor Aristide Pirovano. Un’esperienza suggerita da Franca Pasquino Prati, presidente dell’Istituto San Vincenzo, concretizzatasi grazie all’ospitalità dei Poveri Servi della Divina Provvidenza dell’Opera Don Calabria (a cui è affidata la missione di Marituba), e in particolare di suor Letícia Souza de Lima (responsabile del Pae, il progetto delle adozioni a distanza), e al supporto dall’Italia di fratel Gedovar Nazzari, economo generale della Congregazione.

Su questa esperienza Irene ha scritto una testimonianza, che pubblichiamo.

Alti grattacieli brillano riflettendo la luce del sole, appena un grado sotto l’equatore: il loro scintillio è irradiato nelle profonde acque del fiume che vi scorre accanto, un fiume dall’acqua scura, che pare senza fondo e senza fine, come il popolo di case inginocchiato ai piedi di quei giganti celesti. Tutto questo paesaggio è abbracciato ai lati da una folta macchia di verdi accesi e intensi, tra cui alcune piante ad alto fusto: sono le piante di açaí, base alimentare di questa zona a nord-est del Brasile, nello Stato del Pará.

Una leggenda della tradizione indigena narra che questo frutto fosse un dono in grado di risolvere una carestia che aveva portato a una terribile decisione: l’uccisione dei bambini della tribù perché non si avevano abbastanza risorse a disposizione per tutti. Si dice che la figlia del capo avesse anch’ella un figlio e che avesse pregato perché si trovasse un’altra soluzione, ma senza successo: straziata dall’uccisione del piccolo, era corsa lontano dal villaggio, fino a morire di dolore ai piedi di un albero, dove in una visione aveva visto proprio suo figlio. Quando il padre trovò il suo corpo senza vita, si disperò per il dolore, ma improvvisamente da un’alta pianta discese la figura della figlia, che gli porse delle bacche per evitare di compiere in futuro altre azioni simili.

Una storia tanto estrema come se ne possono trovare ancora oggi. È il caso di Bento, un bambino indigeno con difficoltà cognitive e problemi respiratori trattati con una tracheotomia: nella propria tribù di origine aveva ottenuto in sorte la morte, ma ha trovato una nuova vita grazie alla “Casa da criança”, unico centro di accoglienza per bambini e ragazzi con disabilità psico-fisiche in tutto il circondario di Belém, rinnovato negli ultimi 17 anni grazie alla sapiente e affettuosa gestione della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Altrettanto estremi sono i contrasti che si trovano in queste zone: la natura fornisce ciò che serve per sopravvivere, eppure il divario tra ricchi e poveri è molto ampio e le condizioni di salute spesso possono essere irrimediabilmente compromesse da piccoli incidenti mal curati. Basti pensare che in poco più di venti giorni si sono presentati due casi gravi di bambini feriti al piede da un raggio della bicicletta su cui li trasportavano i genitori, o che una bambina è deceduta per un’improvvisa caduta durante un gioco con un coetaneo.

Questo, perlomeno, è quello che appare ai nostri occhi involontariamente e – forse – irrimediabilmente europrospettici, al primo impatto con questa realtà, tanto simile quanto a questioni sociali, ma tanto diversa quanto alla loro percezione e manifestazione.

A Marituba (ex-colonia di lebbrosi a 25 km da Belém) i grattacieli non ci sono: gli edifici non superano i due piani, ma molto più spesso sono di un piano solo, a volte anche di una stanza soltanto; le case presentano numeri civici secondo il gusto di chi le abita e spesso quelle che si affacciano sulle strade sono ben tenute e piastrellate, ma più ci si addentra all’interno, più si assiste a un impoverimento di materiali e di qualità della vita, con case di legno e pavimenti in terra battuta. Tutte, però, indipendentemente dalla ricchezza, sono accomunate da una caratteristica: alle porte come alle finestre si trovano salde inferriate.

Questo dettaglio sembra delineare un’ombra sfocata attorno ai contorni colorati e luminosi delle famiglie di questa zona, che sono state molto gentili con noi e ci hanno accolti nelle loro case, grazie al rapporto di amicizia e stima reciproca instaurato gradualmente con gli esponenti della Congregazione e i direttori delle scuole frequentate dai loro figli. È come se questo proliferare di figli, di buoni rapporti, insomma di vita, si scontrasse ripetutamente con il proliferare della morte, impersonata concretamente dal radicamento del consumo di droghe di vario tipo (in certi casi a partire addirittura dai 12 anni di età) e dalla criminalità organizzata.

In questo contesto le scuole gestite dalla congregazione dei Poveri Servi svolgono un ruolo fondamentale: allontanare i ragazzi da queste prospettive disumanizzanti e dalla strada, offrendo loro, secondo il sogno di monsignor Aristide Pirovano, «educazione e salute». Sono proprio i bambini e i giovani che ci hanno colpito in questo breve viaggio alla scoperta di questa realtà: entrando nelle aule delle scuole, abbiamo ascoltato le loro domande, i loro sogni, abbiamo ricevuto i loro sorrisi (e tanti disegni!) e accolto i loro abbracci.

Questi giovani sono il riflesso di una società che ha tanto desiderio di conoscere e di protendersi verso il futuro, come mostrano le strade di Marituba, fino a poco fa di terra battuta e ora quasi tutte asfaltate; eppure i loro desideri devono fare i conti con un presente di fogne a cielo aperto ai lati di esse e con grossi buchi nel mezzo, difficoltà che la Provvidenza a poco a poco aiuta a superare, grazie all’umile servizio di tanti uomini e donne che agiscono nel silenzio.

Noi abbiamo avuto il dono di essere ospiti e pellegrini in questa missione, guidati con cura da padre João e da suor Letícia e accompagnati da tutta la comunità: ci siamo affacciati su questo nuovo scorcio di mondo, che, anche ora che siamo tornati alla nostra vita quotidiana, continua a incuriosirci e a interrogarci.

Irene Riva

 

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