Ammirazione, rispetto, simpatia, ma soprattutto tanta tenerezza mi prende quando ripenso a padre Aristide.
Mia mamma, sua vicina di casa in via Mazzini a Erba, mi raccontava spesso di lui, il bel ragazzo che tutto lasciava presagire, ma non una vita religiosa. La “chiamata” che aveva ricevuto era potente, tuttavia dubbi e perplessità lo angosciavano quando pensava che avrebbe dovuto lasciare sole le sorelle e mamma Maria, già provate dalla morte del padre (investito mentre rientrava dal lavoro) e dall’infermità del fratello Cesarino (costretto su una sedia a rotelle dopo essere stato colpito da una pallottola). Ma la risposta a quelle domande veniva, rassicurante, dalla stessa mamma Maria: «Segui la tua strada, c’è la Provvidenza». Così fece e all’ordinazione sacerdotale mio nonno fu il suo padrino.
Ho conosciuto la signora Maria quando andavo a trovare i nonni nella casa di via Mazzini. Mia nonna era molto malata, perciò mi mandavano «di là», nella casa accanto, dove la signora Maria mi accoglieva sempre sorridendo e mi portava in fondo al giardino a raccogliere il ribes, che lei chiamava «ugheta».
E se c’era il Barba, mi mandava nel suo studio per chiedergli una zolletta di zucchero, il «cucco». Lui apriva il suo cassetto e, quasi religiosamente, mi porgeva la bianca zolletta che prontamente gustavo. Poi mi prendeva tra le braccia e mi sollevava per aria; se mi scorreva un po’ di dolce saliva tra le labbra, la raccoglieva tra le sue.
Mia nonna morì presto, ma l’amicizia tra le nostre famiglie si protrasse, anche attraverso un rapporto epistolare abbastanza costante. A padre Aristide mia mamma chiedeva spesso suggerimenti, opinioni e consigli: lui, sacerdote, era comunque un uomo “pratico”, concreto, moderno nel giudicare fatti e comportamenti.
Anche con mio papà, che lavorava al reparto spedizioni di un grosso saponificio, il colloquio era frequente, perché padre Aristide sapeva dove “batter cassa”, specialmente con persone molto generose come il titolare dello stabilimento. Papà ricordava i grossi carichi che partivano per essere imbarcati a Genova.
Padre Aristide ha presieduto le principali celebrazioni religiose delle nostre famiglie. Ricordo in particolare la mia Cresima al Collegio delle Ancelle di Seregno e quella di mio cugino Pierlorenzo al Kinderheim di Madesimo.
Quando tornava a Erba era spesso nostro gradito ospite a pranzo. Il suo arrivo, in compagnia della sorella Carla, era sempre una gran festa e i suoi racconti affascinavano me e i miei fratelli. Amava il cibo semplice e genuino e gustava pacatamente ogni boccone.
Avevo un buon rapporto anche con la sorella Carla, apprezzata ricamatrice, che mi affascinava per la sua capacità e le sue matassine colorate. La accompagnavo anche a Lecco per le sue sedute di dialisi, e lei insisteva sempre per offrirmi un cappuccino al bar. Quando padre Aristide, negli ultimi giorni di vita, fu ricoverato a Rancio, la accompagnavo da lui che, sempre con quel sorriso “ammaliatore”, ci accoglieva così: «Ecco le mie donne!».
Qualche anno fa ho proposto di intitolare a lui l’Istituto scolastico comprensivo di Merone, dove ho insegnato per un lungo periodo. Ancora oggi il suo rassicurante sorriso, il suo congiungermi le mani per insegnarmi a pregare e le sue raccomandazioni sono per me fonte di serenità.
di Amalia TRABATTONI
22-08-2025
Tutte le testimonianze:
Agosto: «Quando volavo in aria in braccio a padre Aristide…»
Luglio: «Quando dom Aristide ci chiese scusa»
Giugno: «Come erano buoni i ribes che padre Aristide mi portava!»
Maggio: «Monsignor Pirovano ci affidò Marituba e mi disse: “I conti li farete con il Signore”»
Aprile: Cresimato e sposato da padre Aristide: «Sapeva leggerti nell’anima»
Marzo: Il «dottore missionario»: «Padre Aristide mi insegnò a guardare verso il cielo»
Febbraio: L’amico sindaco: «Padre Aristide, meriti di essere Santo»
Gennaio: «L’ingegnera» di Marituba: «Dom Aristides per me è stato un grande dono di Dio»